La transizione ecologica è a rischio?

Fabio Olmi

e-mail: fabio.olmi@gmail.com



Indice

1. Introduzione

2. Esame della situazione sugli impegni per il clima nei più importanti Paesi del mondo

3. Per concludere, uno sguardo d’insieme nel mondo


Abstract. The article examines the state of climate commitments made by the world’s leading countries, particularly Italy. It then examines the very disappointing results of COP30, held in Belém in November 2025. In conclusion, it notes that the state of the ecological transition regarding the control of global warming remains worrying.

Keywords: clima; situazione mondiale; COP30

1. Introduzione

Può sembrare un paradosso ma, mentre da un lato il riscaldamento globale si spinge sempre più in alto, dall’altro crescono iniziative sempre più frequenti volte a rallentare le politiche green. Un recente articolo apparso su A&F di Repubblica titola in modo efficace questa tendenza: “Il mondo brucia, ma sul green è una continua retromarcia”.1

Potrebbe sembrare fuori luogo parlare di transizione ecologica quando intorno a noi ci sono guerre e forti tensioni geopolitiche come la drammatica situazione di Gaza, la crudele guerra in Ucraina, la guerra dimenticata in Sudan e le imposizioni economiche poste da Trump ai vari Paesi del mondo, compresa l’Europa.

Non bisogna, però, dimenticare che fra tutte le sfide che abbiamo davanti quella della protezione dell’ambiente e di uno sviluppo sostenibile è probabilmente la più importante per garantire il nostro futuro e preservare il nostro ecosistema.

2. Esame della situazione sugli impegni per il clima nei più importanti Paesi del mondo

2.1 Stati Uniti

Prima di tutto è Trump a rappresentare un serio problema per la difesa ambientale. La sua posizione sul clima si caratterizza per uno scetticismo nei confronti dell’emergenza climatica e per una politica che privilegia l’industria dei combustibili fossili. Basta pensare a quello che vuol fare in Alaska: cancellare i limiti imposti da Biden alle perforazioni nella National Petroleum Reserve dell’Alaska utilizzando lo slogan “drill baby drill”.2 Durante la sua presidenza ha ritirato gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e ha aumentato le emissioni gas serra e inquinanti. Nel suo messaggio all’ONU del 23 settembre 2025 Trump ha sostenuto che “il cambiamento climatico è la più grossa truffa perpetrata al mondo”. Qual è l’effetto Trump nel Paese? Molte industrie hanno fatto dietrofront rispetto alle loro promesse di tagli alle emissioni di CO2 .

Un ampio panorama della situazione è stato fatto in un articolo apparso su A&F di Repubblica:3 riportiamo qui solo un paio di esempi dei tanti fatti citati nell’articolo. Walmart, il colosso dei centri commerciali USA, si era impegnato a ridurre le emissioni climalteranti delle sue attività del 35% entro il 2025 e del 65% entro il 2030, ma lo scorso dicembre ha affermato che non riuscirà (?) a raggiungere questi obiettivi. La Coca Cola Company, che produce 137 miliardi bottiglie di plastica l’anno, aveva annunciato che avrebbe ridotto l’uso di nuova plastica di 3 milioni di tonnellate entro il 2025, ma un mese dopo l’elezione di Trump abbandona quell’obiettivo. Lo stesso avviene per molti altri colossi industriali degli Stati Uniti: Amazon, Fedex, Exxon Mobil, Shell e colossi bancari come Ubs e Hsbc. Gli USA per la protezione dell’ambiente sono, quindi, un disastro.

2.2 Cina

Facciamo un salto dall’altra parte del mondo e vediamo cosa succede in Cina per quanto riguarda la tutela dell’ambiente. La Cina continua ad adottare una politica “a doppio binario” combinando una sempre più rapida espansione delle energie rinnovabili come solare ed eolico, con la costruzione di nuove centrali a carbone. Risulta, pertanto, la principale utilizzatrice di carbone al mondo e contemporaneamente un leader nella crescita delle rinnovabili. Attualmente, però, si assiste al calo della quota del carbone nel mix energetico grazie all’enorme e rapida crescita delle rinnovabili.

La Cina affronta anche sfide ambientali significative come inquinamento dell’aria, dell’acqua, la deforestazione e la desertificazione. Il governo considera la protezione ambientale un fattore chiave per la stabilità e sta promuovendo la “crescita verde”, nonostante la dipendenza ancora dal carbone.

Per comprendere in che misura il governo cinese intende promuovere l’espansione delle energie rinnovabili basta esaminare alcuni dati. La produzione di energia elettrica da solare ed eolico nella prima metà del 2025 è aumentata del 27% rispetto all’anno precedente4 (Rapporto Ember). L’adozione di energie rinnovabili da parte della Repubblica Popolare continua ad accelerare e anche l’incremento di produzione nel 2024 è stato del 25% rispetto all’anno precedente. Nei 12 mesi tra il luglio 2024 e il giugno 2025 l’eolico e il solare hanno generato più energia di tutte le altre fonti pulite (idroelettrico, nucleare, e bioenergia) messe insieme. Nel 2024 in Cina la produzione di energia pulita ha soddisfatto l’84% della domanda di elettricità. Nel primo semestre del 2025 ha superato la crescita della domanda, consentendo di ridurre del 2% il ricorso a fonti fossili. Gli investimenti in sistemi di accumulo di batterie sono saliti del 69% dal primo semestre del 2024 al primo semestre del 2025 e gli investimenti nella rete sono aumentati del 22%.

Oggi la Cina rappresenta i 31% degli investimenti globali nell’energia pulita. La tecnologia cinese a basso costo ha consentito al 25% dei mercati emergenti di superare gli Stati Uniti nell’elettrificazione degli usi finali. La Cina è il maggior investitore in energia pulita a livello mondiale, con una spesa di 625 miliardi di dollari nel 2024, pari al 31% del totale mondiale. La Cina ha realizzato il più grande campo fotovoltaico del mondo a Midong (Xinjiang) che ha oltre 5 milioni di pannelli (è vasto come la città di Napoli) e una potenza installata di 5 GW; la figura 1 mostra un’immagine del campo dall’alto e dal satellite.

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Figura 1. Il più grande campo fotovoltaico del mondo a Midong in Cina, ripreso dall’alto (sinistra) e dal satellite (destra)

2.3 India

È importante anche la situazione energetica e ambientale dell’India e, poiché se ne parla poco, vediamo come e perché.

L’India mira a soddisfare la crescente domanda energetica di 1,4 miliardi di persone e cerca di promuovere la propria crescita industriale. Parimenti, deve affrontare una grave crisi ambientale ed energetica: il carbone domina il suo mix energetico e l’inquinamento atmosferico crea gravi problemi di salute. L’India è il secondo Paese al mondo dopo la Cina per consumo di carbone, ma si sta muovendo verso le energie rinnovabili ponendosi l’obiettivo di raggiungere le zero emissioni di CO2 entro il 2070, 20 anni dopo il limite di azzeramento deciso dall’Europa.

La forte crescita demografica e l’urbanizzazione dell’India rendono, però, difficile bilanciare lo sviluppo economico con la decarbonizzazione, tanto è vero che per tenere il passo della crescita del PIL che nel 2023 è stato del 7,8% l’India (che è stata l’economia principale in più rapida crescita al mondo nel 2023 ed è rimasta intorno al 7% fino al 2025) è ricorsa anche all’importazione di forti quantità di petrolio e gas naturale soprattutto dalla Russia.5 L’India trascura seriamente il problema ambientale.

2.4 Russia

Nonostante la competitività delle energie rinnovabili e le condizioni favorevoli del territorio (ampi spazi e varietà climatica) il mercato delle energie rinnovabili in Russia è, rispetto ad altre nazioni, in uno stato di profonda arretratezza. Secondo l’ultimo rapporto (giugno 2024) dell’Associazione Russa per lo Sviluppo delle Energie Rinnovabili (ASER), la capacità totale di energia verde installata nel territorio russo è pari a 6,18 GW (contro i 46,5 GW della Francia e i 46,32 GW dell’Italia). Il fotovoltaico e l’eolico rappresentano lo 0,8% dell’energia prodotta.6 La Russia che ha disposizione ingenti quantità di gas e di petrolio utilizza essenzialmente queste fonti per produrre elettricità con un forte impatto negativo sulle emissioni serra.

2.5 Europa

A che punto siamo per la transizione ecologica in Europa e qual è attualmente la tendenza per il futuro?

Nel dicembre 2019 la Commissione Europea, presieduta da Ursula von der Leyen, ha approvato il cosiddetto Green Deal, documento che è finalizzato a rendere l’UE il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. Questo documento prevede una serie di interventi quali: la decarbonizzazione del settore energetico e dei trasporti, la promozione dell’economia circolare e dell’efficienza energetica, la sostenibilità dell’agricoltura, il contrasto al greenwashing e incentivi per prodotti più durevoli, riutilizzabili dai consumatori e riciclabili.

In particolare, ricordiamo alcuni degli obiettivi principali:

• azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050, rendendo l’Europa il primo continente climaticamente neutro;

• ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 rispetto ai valori del 1990 e aumentare la quota di energie rinnovabili al 42,5%, con l’ambizione di arrivare al 45%;

• promuovere l’uso più appropriato delle risorse, riducendo i rifiuti e promuovendo il riutilizzo e il riciclo di prodotti e imballaggi;

• aiutare gli investimenti verso attività sostenibili.

Dopo il Green Deal è stato approvato in data 27 febbraio 2023 il documento REPowerEU (Reg. UE 435/2023) che intende supportare riforme e investimenti rivolti alla diversificazione nel settore energetico, aumentando la resilienza, la sicurezza e la sostenibilità del sistema energetico europeo per favorire l’autonomia energetica dell’Europa.

Nel 2024 l’energia solare in Europa ha superato quella del carbone (in continua diminuzione) nella produzione di elettricità. Questo è quanto emerge dal rapporto European Electricity Rewiew 2025, pubblicato dal think tank energetico Ember.

I dati delle rinnovabili nel mix elettrico UE 2024 sono i seguenti:7

• la crescita delle rinnovabili, in particolare del fotovoltaico, è il principale motore di questo cambiamento; nel 2024 la produzione solare è aumentata di 54 TWh (+22%) rispetto al 2023, cosa che permetterà a tutti i Paesi europei di avvicinarsi agli obiettivi fissati per il 2030;

• il carbone, che nel 2019 era la terza fonte di energia dell’UE, è sceso al sesto posto nel 2024, segnando una decisa inversione di tendenza;

• nel 2024 l’Unione Europea ha raggiunto un traguardo storico nella sua transizione energetica: per la prima volta, la quota complessiva di energie a basse emissioni (eolico, solare e nucleare8) nel mix energetico dell’UE ha raggiunto il 71%, un dato record, parallelamente la produzione di elettricità da carbone e gas è diminuita rispettivamente del 16% e del 6% con un abbassamento complessivo delle emissioni del 9%.

È interessante vedere come incide la transizione ecologica sui vari Paesi europei. Un articolo del settembre 2025 ci offre la possibilità di averne un quadro preciso.9 Come si vede in figura 2 lo sviluppo della transizione verde ha un livello assai differenziato tra i vari Paesi europei, alcuni sono avanzati (e l’Italia è in buona posizione), mentre altri sono rimasti indietro. Polonia, Bulgaria, Estonia, Cechia e Lituania sono i Paesi con le quote maggiori di PIL esposte alla transizione. La quota di PIL maggiore coinvolta nella transizione verde in questi Paesi è la misura della loro vulnerabilità legata a settori produttivi ad alte emissioni di gas serra, che non hanno ancora affrontato adeguatamente la conversione verso un modello a minore impatto ambientale. Il Paese più avanzato, come si vede dal grafico, è la Svezia; l’Italia si colloca nella top ten dei Paesi più avanti.

Figura 2. I Paesi europei più vulnerabili alla transizione ecologica in percentuale sul PIL (fonte Bruegel, 2023)

Dunque, tutto bene in Europa per il problema della transizione ecologica? Dall’esame di alcuni fatti recenti non sembra proprio così.

Per quanto riguarda il settore dell’energia, emerge sulla scena la promessa fatta dalla Von der Leyen, sotto la pressione di Trump, dell’acquisto di 750 miliardi di dollari di gnl dagli Stati Uniti.10 Si tratterebbe di una spesa di 250 miliardi per ognuno dei tre anni della presidenza di Trump. Questa promessa non solo verrebbe ad alterare profondamente la politica di contenimento dei fossili nel mix energetico della UE, ma risulterebbe anche impossibile avere a disposizione una quantità così grande di gnl, perché gli Stati Uniti ne esportano annualmente poco più di 300 miliardi di dollari e difficilmente, almeno a breve, potrebbero arrivare a oltre 500 miliardi di dollari. Inoltre, occorrerebbe considerare come trasportare tutto questo gnl. In conclusione, sembra evidente che l’operazione è quantomeno molto discutibile.

È bene, però, ricordare che non sono Bruxelles e Washington a stringere accordi sul gas naturale liquefatto, ma gli operatori privati. Il che rende gli impegni presi “non vincolanti” e li declassa a intenzioni trasmesse in buona fede. Come vedremo più avanti l’Italia entra in questa partita.

Si assiste intanto a un aumento dei contratti di importazione di gas che, invece, dovrebbe diminuire per portare nel 2030 a una diminuzione delle fonti fossili del 55%. Anche a questo aumento, vedi più avanti, partecipa in modo massiccio l’Italia.

Un elemento di crisi per il cambiamento climatico fissato dalla UE è rappresentato dalle pressioni dei produttori di auto a motore termico per spostare il limite della loro scomparsa dal mercato più avanti rispetto al previsto 2035. L’Italia insieme alla Germania sono i Paesi europei che hanno premuto di più in tal senso.

Tuttavia, nella riunione tenuta il 10 settembre 2025 sullo stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha anche proposto ai costruttori europei di auto di “orientarsi sulla produzione di una nuova macchina elettrica piccola nelle dimensioni e nei prezzi, per rispondere alla concorrenza low cost dei modelli cinesi e per contribuire a salvare un’industria pilastro della nostra economia”. Inoltre, la von der Leyen ha detto che la flessibilità adottata per i target del 2025 “funziona”, facendo intendere che si sarebbe pensato di fare altrettanto con i prossimi obiettivi. Ha, però, ribadito che non intende smantellare la data del 2035, pilastro del Green Deal che lei stessa ha proposto e che è stato approvato.11

Nel Consiglio dell’UE di giovedì 18 settembre 2025, durante il quale si sarebbe dovuto discutere sugli obiettivi climatici al 2040 (la proposta della Commissione è una riduzione delle emissioni del 90%), non è stato votato niente. Quindi è slittato anche il voto dell’europarlamento sui target climatici. Si è prospettata una votazione per metà ottobre, ma i governi sono rimasti ancora divisi sull’ambizione degli obiettivi e alcuni Paesi, tra cui l’Italia, hanno chiesto più tempo.12

Bisogna arrivare alla riunione della Commissione UE rinviata al 10 e al 16 dicembre 2025 per avere il quadro concreto dei pericolosi cedimenti sul Green Deal europeo.13 Il pressing delle aziende automobilistiche e dei Paesi produttori di autovetture, soprattutto Italia e Germania, ha fatto saltare il divieto di emissioni di CO2 previsto entro il 2035: addio alla conversione totale al trasporto elettrico entro i 2035, uno dei capisaldi del Green Deal.

Pertanto, secondo quanto è emerso da questa riunione della Commissione Europea, sono ammessi oltre il 2035 i motori ibridi, nei quali sono presenti sia i motori a scoppio che quelli elettrici.14 Sono ammessi oltre il 2035 anche i motori termici che utilizzano e-fluel e anche bio-fluel. Quindi, nel 2035 l’obiettivo di riduzione dell’emissione di CO2 non sarà più del 100%, ma al 90%.

Sull’utilizzo dei bio-fuel ha premuto l’Italia (per tutelare la produzione delle bioraffinerie dell’ENI) e sull’utilizzo degli e-fluel, sicuramente più accettabili dei bio-fluel, ha premuto la Germania.

Sono stati aggiornati anche gli obiettivi previsti per i furgoni, che dovranno ridurre le emissioni del 40%, anziché del 50% come previsto.

La Commissione ha, infine, approvato una direttiva su cui si dovrebbe orientare la produzione di future macchine in Europa: raccogliendo la proposta della von der Leyen emersa nella riunione 18 settembre, è stato approvato che i produttori di auto si orientino verso una nuova categoria di auto per le quali si potrà beneficiare di crediti: auto elettriche piccole, sotto i 4,2 metri, di costo compreso tra i 15 e i 25 mila euro che, se fatte in Europa per contrastare la concorrenza delle auto cinesi, avranno un bonus per l’acquisto.15

Come si vede l’Europa, che con il Green Deal è stato il primo continente ad aver messo dei limiti precisi temporali per l’inquinamento da gas serra, li vede assai modificati a fine 2025.

2.6 Italia

Vediamo quali sono le iniziative di vario tipo che, nel nostro Paese, stanno mettendo in crisi un’ordinata transizione ecologica europea. Cominciamo dall’energia: abbiamo sopperito al progressivo abbandono del gas russo con un serie di contratti di importazione di metano da una moltitudine di Paesi, anche di dubbia affidabilità, con contratti di acquisto, anche ultraventennali,16 e, sotto la pressione di Trump, abbiamo concluso massicci acquisti di gnl dagli USA a costo elevato per molti anni.17

In particolare, l’Edison ha firmato un contratto con la Shell per importare, a partire dal 2028 e per 15 anni, un miliardo di metri cubi di gnl all’anno. L’ENI, oltre ai contratti di fornitura stipulati con vari Paesi africani, ne ha fatto uno con il Qatar per la fornitura di 1,6 miliardi di metri cubi l’anno di metano per 27 anni, con cui si assicura le forniture dal 2026 al 2053, oltre il limite in cui si dovrebbe realizzare in Europa la neutralità carbonica!!!18

Siamo dinanzi ad una situazione incredibile. Naturalmente dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica tutto silenzio, l’ENI non si tocca.

D’altra parte, le rinnovabili hanno raggiunto in Italia nel 2024 il 43,2 % della produzione di energia elettrica: è merito dell’iniziativa privata, poiché il settore pubblico (con il ministro Pichetto Fratin) sembra interessarsi solo della promozione di nuovo nucleare, mentre sono stati lasciati al palo numerosi progetti di eolico offshore e non si spinge affatto il solare e l’eolico.

Come accennato sopra, il settore industriale, e soprattutto quello dell’automotive, frena la transizione ecologica. Stellantis ha fatto una richiesta esplicita all’Europa: è impossibile raggiungere la fine dei motori combustione interna per il 2035.19 L’ad di Stellantis, Antonio Filosa, ha dichiarato: “I target di azzeramento delle emissioni fissati dall’Ue per il 2035 non sono raggiungibili”. Tutti i costruttori di auto, Italia e Germania in testa, hanno chiesto a Bruxelles maggior flessibilità sulla data del 2035 e, secondo quanto emerso il 16 dicembre 2025 alla riunione della Commissione Europea, sono stati accontentati.

2.7 Gli ultimi eventi

La situazione italiana di fronte al Green Deal è stigmatizzata dalla posizione della premier Meloni che, nella sua dichiarazione alla Camera del 22 ottobre, ha sostenuto che: “la serie di paletti del Green Deal europeo non rappresentano che ambientalismo ideologico e follie verdi. L’approccio ideologico impone obiettivi irraggiungibili che producono danni al nostro tessuto economico-industriale.”20

Non solo, la politica energetica italiana punta decisamente sul gas con l’idea di diventare un hub europeo del gas, attraverso la realizzazione del Piano Mattei. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha dichiarato che in Europa sosterrà, come di fatto è avvenuto, l’impiego dei biocombustibili anche oltre il 2035 (grande produttrice è l’ENI21 con due bioraffinerie), inoltre, sostiene da tempo di riavviare il nucleare nel nostro Paese. La premier non è andata a Belém, in Brasile, per la COP 30, mentre è andato il ministro Pichetto Fratin.

La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, in partenza per la COP30 di Belém, si è dichiarata entusiasta perché “Abbiamo posto una pietra miliare nel nostro percorso verso il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. E per mantenere gli obiettivi di Parigi a portata di mano” (?!?!).

Credo che non sia necessario alcun commento.

La COP30, tenuta a Belém (la porta dell’Amazonia) in Brasile dal 10 al 21 novembre, è stata una delusione. Infatti, di fronte alle speranze, comprese le mie, che, essendo ospitata in uno stato che non si può certo definire un petrostato,22 ci sarebbe stata una svolta decisiva verso il tentativo di limitare la produzione di idrocarburi per combattere il riscaldamento globale. Invece all’apertura dei lavori, mentre il segretario generale delle Nazioni Unite Guterres affermava che, se non interveniamo decisamente ad abbattere l’impiego dei combustibili fossili, si andrà incontro ad un “fallimento morale e una negligenza mortale”,23 il Presidente del Brasile, Lula, ha dichiarato che il petrolio è “ancora necessario”, una dichiarazione che non fa che ritardare ancora decisioni per un rapido addio alle fonti fossili.

L’inaugurazione della COP30 è stata accompagnata da un grande spettacolo: l’arrivo a Belém di una grande e variopinta folla di indigeni amazzonici arrivati attraverso i fiumi su un centinaio di battelli e piccole lance a motore dalla Colombia, dal Perù, dall’Equador e dal nord del Brasile (Figura 3). Erano migliaia e, attraverso un loro capo, hanno dichiarato che “siamo qui per fare la storia, dobbiamo unirci per fermare la distruzione della natura. La risposta alla crisi? Siamo noi”.24

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Figura 3. Un gruppo di indigeni amazzonici giunti a Belém

La situazione all’interno dello stesso governo brasiliano è spaccata in due, tra la componente che è a favore di fissare una stringente road map per la riduzione dei fossili, guidata dalla ministra del Clima e dell’Ambiente, Marina Silva, e la componente favorevole ancora ai fossili, che fa riferimento al ministro dell’Energia, Alexandre Silveira, l’uomo che ha spinto Lula per far entrare il Brasile all’Opec, il cartello dei produttori di petrolio.25

Alla fissazione di una stringente road map per la fuoruscita dai fossili si sono opposte Arabia Saudita e Russia. La Colombia ha, invece, presentato una lista dei Paesi sottoscrittori (83) della dichiarazione per l’uscita dai fossili, che vede la presenza di tutti Paesi europei, tranne Polonia e Italia. Non solo, ma l’Italia incassa un’ulteriore sconfitta: nel Rapporto sulle performance per l’abbattimento del contributo dei fossili (Germanwatch) passa al 46° posto del mondo, tre posizioni più in basso del 2024, sempre più lontana dalle prime Danimarca, Regno Unito e Marocco. Maglia nera Stati Uniti, Iran, Cina e Arabia Saudita.

Per tutto ciò, non c’è da meravigliarci se il testo finale approvato nella COP30 è stato ben al di sotto delle aspettative.

Ci sono volute decine di ore di trattative per raggiungere un compromesso al ribasso, l’unico capace di ottenere un consenso di Paesi arroccati su posizioni molto diverse: nel testo finale è scomparsa l’espressione road map per i combustibili fossili, indigesta ai sauditi e a tutti i petrostati, ed è stato cancellato ogni riferimento esplicito ai combustibili fossili, mentre si è spinto l’impiego dei biocombustibili. Al posto della tanto attesa road map il testo finale di Belém “lancia un generico Global implementation accelerator, come iniziativa cooperativa, facilitatrice e volontaria”.

Per quanto riguarda la finanza climatica, per le risorse economiche chieste dai Paesi in via di sviluppo ai Paesi più ricchi, fissato a Baku alla Cop29 in 300miliardi di dollari l’anno entro il 2035, si sono chiesti a Belém sforzi per almeno triplicare i finanziamenti per il 2035.26 È poi stato concordato di cercare di bloccare la deforestazione dell’Amazzonia.

In sintesi, questa Cop30 presenta un deludente risultato. C’è da domandarsi a cosa servono queste mega-riunioni se non portano ad alcuna conclusione veramente utile per combattere il riscaldamento climatico.

Mi si consenta, a questo punto, di esternare una mia utopia: qual è l’idea? Se un consumatore di un bene cala la sua richiesta, il fornitore non può che diminuire l’offerta, altrimenti ci rimette. Bisognerebbe, allora, che i Paesi consumatori e importatori di petrolio o gas si coordinassero tra loro, costituendo una sorta di Gruppo opposto all’Opec che si impegnasse a potenziare sempre più rapidamente le energie rinnovabili, fino a rendersi indipendenti dalla richiesta di combustibili fossili. Così facendo, in mancanza della domanda di fossili, chi li produce è costretto ad abbassare sempre più la produzione. L’offerta non avrebbe più in mano il controllo dei fossili e si diminuirebbe il riscaldamento globale e il petrolio rimarrebbe sottoterra. D’altra parte, se anche i petrostati decidessero di abbassare i prezzi per favorire l’acquisto dei combustibili fossili, le rinnovabili sono assai più convenienti (e lo diventano sempre più) e sarebbe difficile che il prezzo del petrolio o del gas calasse oltre certi limiti per fare concorrenza alle rinnovabili perché non sarebbe più conveniente la sua estrazione.

L’Italia costituisce un paradosso: pur essendo un Paese povero di energie fossili, ma grande consumatore soprattutto di gas, non sviluppa rapidamente le energie rinnovabili quanto dovrebbe, perché il loro sviluppo è affidato solo ai privati; il governo non fa nulla per potenziarle (nonostante i tanti progetti che ci sarebbero) considerato che la politica energetica non la fa il governo, ma l’ENI, che non ha certo l’interesse a perdere il suo mercato.

Situazione completamente diversa per la Spagna e il Portogallo che non hanno nel loro tessuto economico una azienda tipo l’ENI: in Spagna si è raggiunta una quota di oltre il 60% nell’apporto delle rinnovabili alla produzione di energia elettrica e in Portogallo si è toccata addirittura la quota di oltre l’80% dell’apporto delle rinnovabili alla produzione elettrica (dati luglio 2024).

3. Per concludere, uno sguardo d’insieme nel mondo

Dall’esame della situazione ambientale, si osserva che la scorsa estate ci ha consegnato un bollettino di fuoco: incendi spaventosi che hanno devastato boschi e campagne, solo in Spagna sono stati bruciati quasi 390.000 ettari; ondate di calore che hanno provocato gravi difficoltà a un’ampia gamma di popolazioni e migliaia di vittime tra i più deboli, nonché forte siccità in vari Paesi; temporali e uragani che hanno prodotto enormi danni.

È sempre più evidente il cambiamento climatico che sta avvenendo, dovuto alle sempre crescenti emissioni di gas serra. Per coloro che mostrano ancora negazionismo, basterebbe invitarli a riflettere su un dato: una portacontainer cinese farà a breve il suo viaggio sulla rotta artica,27 visto che i ghiacci della calotta artica si stanno rapidamente sciogliendo. La figura 4 mostra l’enorme differenza tra la rotta artica e quella “normale” attraverso il canale Suez.

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Figura 4. La rotta polare diventata una via commerciale: una portacontainer cinese sta per percorrerla

D’altra parte, nella lotta alla diminuzione dei gas serra, la situazione degli Stati Uniti diventerà sempre più grave sotto l’amministrazione Trump. la Cina, pur mostrando un grande impegno nel potenziamento delle fonti rinnovabili, proseguirà ancora a lungo a pesare sulle emissioni prodotte dal carbone e dal petrolio. L’India rappresenta una forte preoccupazione per il grande impiego delle fonti fossili e la sua esplicita dichiarazione che riuscirà (?) nella decarbonizzazione solo nel 2070. La Russia è un grosso problema per l’uso quasi esclusivo delle fonti energetiche fossili e non mostra intenzione di rinunciarvi. L’Europa appare la più virtuosa negli intenti, ma si sono coalizzati, sempre più pericolosamente, interessi che tendono a indebolire il Green Deal, con la sempre più probabile rinuncia a diventare davvero il primo continente a raggiungere la neutralizzazione climatica in tempi ragionevoli.

In conclusione, la situazione della transizione verde a livello mondiale è ancora preoccupante e, per ricordare solo il contributo dell’energia da combustibili fossili, esso si attesta ancora globalmente intorno all’80%.


  1. 1 S. Pogutz, Il mondo brucia, ma sul green è una continua retromarcia, le lobby minacciano la Scienza, A&F di Repubblica, 1 settembre 2025.

  2. 2 P. Mastrolilli, Trump vuole trasformare i vincoli per l’estrazione di petrolio, senza tutele ambientali. L’Alaska è diventata il banco di prova del “drill baby drill”, A&F di Repubblica, 16 giugno 2025.

  3. 3 L. Fraioli, La grande retromarcia. Gli impegni sul clima cadono come mosche, A&F di Repubblica, 23 giugno 2025.

  4. 4 https://www.rinnovabili.it/energia/fotovoltaico/solare-eolico-cina/

  5. 5 https://www.cesi.italia..org/itarticoli/le-prospettive-dellautonomia-energetica-indiana

  6. 6 https://ari.site/2024/10/16/energie-rinnovabili-nella-russia-post-sanzioni-via-libera-alla-cina-o-terra-bruciata/

  7. 7 https://sprintenergy.it/ue-trnsizio9ne-energetica/

  8. 8 Su pressione della Francia il nucleare è stato inserito dall’Europa tra le energie green poiché non produce gas serra.

  9. 9 R. Amato, Industria e trasporti: quanto pesa la transizione, A&F di Repubblica, 1 settembre 2025.

  10. 10 a) E. Bonotti, L’impegno sul gas è un’intesa vuota che fa tutti contenti, A&F di Repubblica, 4 agosto 2025; b) E. Bonotti, Il dilemma del gas Usa, mancano i compratori per 750 miliardi di import, la Repubblica, 8 agosto 2025.

  11. 11 F. Santelli, Auto, UE più vicina ai produttori. E-car piccola e accessibile, la Repubblica, 11 settembre 2025.

  12. 12 F. Loiacono, Slitta il voto europeo sui target climatici al 2040, La Nuova Ecologia, settembre 2025.

  13. 13 R. Amato, Sostenibilità e ambiente: un colpo al Green Deal dal parlamento europeo, la Repubblica, 16 dicembre 2025.

  14. 14 L’ibrido plug-in è dotato di un motore a benzina e di un propulsore elettrico. Grazie a una batteria grande, offre maggiore autonomia di viaggio in modalità elettrica rispetto alle ibride con ricarica autonoma. La presenza del motore termico che ricarica la batteria permette di fare viaggi lunghi senza problemi di autonomia.

  15. 15 D. Longhini, Non solo auto elettriche, l’ibrido sopravvive alla scadenza del 2035, la Repubblica, 17 dicembre 2025.

  16. 16 ENI ha fatto contratti per la fornitura di gas con molti Paesi africani: Algeria, Angola, Congo, Mozambico, Nigeria e anche il Qatar. Il contratto ENI di fornitura di 1,6 miliardi di m3 l’anno di gas dal Qatar è per 27 anni, dal 2026 al 2053, e sfora platealmente gli obiettivi di neutralità carbonica previsti per il 2050.

  17. 17 L’ENI ha firmato un contratto con gli USA per la fornitura di 2 milioni di tonnellate all’anno per 20 anni, come riportato dall’articolo seguente: E. Bonotti, ENI fa il pieno di gas liquido USA, la Repubblica, 16 luglio 2025.

  18. 18 A. Zoppo, ENI, in Qatar il contratto record che spazzerà via l’ultimo gas russo, la Repubblica, 23 ottobre 2023.

  19. 19 F. Santelli, Stellantis riparte dagli Usa. Filosa: l’Ue incentivi le city car, la Repubblica, 12 settembre 2025.

  20. 20 F. Cupellaro, Così l’Italia pensa di annacquare il Green Deal, Green & Bleu, ottobre 2025, pag. 23.

  21. 21 L’ENI possiede bioraffinerie in varie zone d’Italia e produce biocarburanti avanzati, principalmente HVO (olio vegetale idrogenato) per diesel, bio-nafta per la chimica, bio-GPL e bio-jet fuel (SAF) per l’aviazione.

  22. 22 Il Brasile è un produttore di petrolio di media entità e la sua compagnia statale Petrobras è incentrata sull’esplorazione e l’estrazione offshore (bacini di Santos e Campos); il dibattito interno sulla necessità di investire risorse per accelerare la transizione energetica è vivace per cui il Paese appare in una posizione ambigua.

  23. 23 G. Talignani, Nel cuore dell’Amazonia il vertice globale sul clima. Serve un patto anti Usa, la Repubblica, 7 novembre 2025.

  24. 24 G. Talignani, COP30, la marcia degli indigeni - L’Amazzonia non è dei ricchi, nessuno tocchi la nostra terra, la Repubblica, 10 novembre 2025.

  25. 25 M. Albrizio, Fumata nera a Belém, La Nuova Ecologia, 21 novembre 2025.

  26. 26 L. Fraioli, Clima, accordo al ribasso. L’addio a petrolio e gas resta ancora un miraggio, la Repubblica, 23 novembre 2025.

  27. 27 M. Molinari, Primo viaggio sulla rotta artica, Xi guida la rivoluzione dei ghiacci, la Repubblica, 19 settembre 2025.