2025: un anno difficile per il nostro pianeta

Margherita Venturi



Cara lettrice e caro lettore,


nell’ultimo editoriale dello scorso anno avevo scritto “il 2024 è finito e a me ha lasciato tanto amaro in bocca”, ma, siccome non c’è limite al peggio, devo ammettere che il 2025 ha superato ogni mia peggior aspettativa. Nel corso di quest’anno, infatti, gli insuccessi per la sostenibilità ambientale e le derive pericolose dal punto di vista politico si sono accumulati giorno dopo giorno; ricordo solo quelli che più mi amareggiano e che più mi fanno paura.

La sostenibilità ambientale ha subito un altro duro colpo con la Cop30 di Belém, in Brasile, che si è conclusa, come le precedenti, con una fumata nera. Anche se scienziati, paesi vulnerabili, agenzie Onu e la stessa presidenza brasiliana hanno cercato di insistere sull’urgenza assoluta di affrontare la crisi climatica, i cui segni sperimentiamo ogni anno, anzi ogni giorno, con sempre maggiore drammaticità, il testo, approvato alla Cop30 da 195 paesi, non contiene alcun riferimento esplicito all’eliminazione dei combustibili fossili.

Ovviamente, in prima fila, nel dettare la linea ostruzionista si sono distinti l’Arabia Saudita, per la quale la difesa del petrolio è praticamente sacra, la Russia, che si guarda bene dall’ammettere che l’estrattivismo, sul quale campano la sua economia e il suo regime, vadano messi in discussione, l’Iran, che è allineato alle posizioni dei grandi produttori di combustibili fossili, e, poi, la Cina, della quale, però, va sottolineata la velocità vertiginosa che da qualche anno ha impresso ai processi di riconversione verso le rinnovabili. Altra cosa da rimarcare è stata la totale assenza degli Stati Uniti; un’assenza però aspettata, considerato che il negazionista Trump sta facendo una lotta senza quartiere alla riconversione ecologica, schierandosi, senza se e senza ma, dalla parte dei produttori di petrolio e gas.

Aggiungo, tristemente, che l’Italia ha preso una posizione più che ambigua: pur dicendo di ribadire l’impegno alla transizione, ha tenuto a sottolineare che è importante poter ricorrere a tutte le tecnologie disponibili, che è come affermare che per ora le fonti fossili non si toccano.

Niente di buono, quindi, in questa Cop30? Forse qualche passo in avanti c’è stato: è stata confermata l’iniziativa Onu che mira a garantire sistemi di allerta precoce in tutti i Paesi entro il 2027; è stato rafforzato il Fondo “Loss and Damage”, con nuovi contributi da vari Paesi europei; si è lanciato un programma di iniziative per il monitoraggio satellitare condiviso, con il supporto alle comunità indigene. Bene o male, il pacchetto finale impegna i Paesi a presentare gli obiettivi aggiornati e coerenti con la traiettoria 1,5 °C entro il 2029.

Potrebbero sembrare risultati importanti, ma la mancanza di orizzonti vincolanti per tutti e di un’agenda chiara per ogni azione necessaria lascia nuovamente il tutto nelle mani di chi attualmente condiziona le scelte energetiche e ambientali. In pratica, la diplomazia climatica è ostaggio degli interessi di chi trae profitto nel ritardare la transizione energetica, e ciò è politicamente e moralmente inaccettabile.

Qualcosa, però, possiamo fare. Proprio perché dai potenti della Terra non vengono segni di volontà, è quanto mai necessario che le comunità scientifiche, i movimenti, le città e i territori, i poteri locali, le organizzazioni sociali e le singole persone continuino a muoversi con decisione. Se la politica internazionale a Belém ha colpevolmente e in maniera criminale perduto l’ennesima (l’ultima?) occasione, rifiutandosi di chiamare per nome i combustibili fossili, cioè ignorando la causa primaria della crisi climatica, è quanto mai necessario che dal basso vengano delle spinte sempre più decise. Io sono convinta che ognuno di noi, nel suo piccolo, può far qualcosa di importante cambiando stile di vita; ognuno di noi deve dimostrare di non volersi arrendere a un futuro dagli scenari catastrofici e deve lottare per lasciare ai figli, ai figli dei figli e alle prossime generazioni un pianeta vivibile.

Fra gli insuccessi ambientali, poi, non dobbiamo dimenticare il ritornello sempre più frequente della necessaria rinascita del nucleare; su questo aspetto mi sono espressa molte volte, per cui preferisco tacere.

E ora vengo alle derive della politica che tanto mi preoccupano.

Nel 2025 le guerre non si sono fermate, anzi sono diventate ancora più feroci e ne stanno facendo le spese soprattutto i bambini, le vittime innocenti di questa insensatezza umana.

Nonostante l’attuale papa abbia detto più volte che i governanti del mondo devono lavorare per la pace, mi sembra che le cose vadano esattamente in senso opposto e l’esempio più eclatante ce lo sta dando Donald Trump. Questo Presidente degli Stati Uniti, che si sono sempre dichiarati l’emblema della democrazia, di democratico ha ben poco: non è stato democratico il suo modo di interagire nella guerra israeliana e in quella russo-ucraina e, ancor di più, non c’è nulla di democratico in ciò che ha fatto nei primissimi giorni del 2026.

Ha attaccato il Venezuela, preso prigioniero e deportato in USA il Presidente della Repubblica boliviana; indiscutibilmente Maduro è una persona da condannare e aver liberato il paese dal suo potere è stato sicuramente positivo, ma questo non giustifica il comportamento di Trump da sceriffo del mondo, che, fra l’altro, si è nascosto sotto le vesti di paladino contro il narcotraffico, per impadronirsi del petrolio venezuelano. La ciliegina sulla torta è, poi, arrivata con la dichiarazione di Trump di voler comprare la Groenlandia, come se un paese si potesse comprare esattamente come un prodotto sul banco del supermercato! Alle giustificate rimostranze arrivate da più parti, Trump ha risposto “Sono io l’unica misura di quello che è giusto e sbagliato” e in queste parole, per ribadire quanto ho detto prima, di democratico non c’è proprio nulla.

Insomma, il mondo non sta andando bene e ciò mi fa molta paura.

Ora, però, cerca di dimenticare questa bella sfilata di cattive notizie leggendo l’ultimo numero 2025 della nostra rivista: non ti deluderà!

Ma prima di lasciarti alla lettura, devo assolvere a un compito, doveroso e al tempo stesso graditissimo: i ringraziamenti di fine d’anno.

Un grazie particolare va a Claudio Tubertini e a Loredana Leoni della CLUEB, che gentilmente assecondano tutte le mie richieste, al Comitato di Redazione e ai curatori delle varie rubriche, che lavorano affinché ogni fascicolo abbia il giusto numero di contributi, ai Vicedirettori, che mi aiutano nella direzione della rivista, e al Comitato Scientifico.

Un ringraziamento speciale, poi, va a Gianluca Farinola, Presidente della SCI e Presidente Onorario della nostra rivista, che, purtroppo, con il 2025 finisce il suo mandato; sono, comunque, sicura che continuerà a leggerci e a sostenerci.

Ovviamente ringrazio anche tutti gli autori dei contributi che sono apparsi nei numeri della rivista, senza i quali il CnS non esisterebbe. Infine, ringrazio te, cara lettrice e caro lettore, perché la tua attenzione a quanto pubblichiamo è fondamentale non solo per la nostra rivista, che nasce proprio per aiutarti nel difficile compito di docente, ma anche per noi stimolandoci a fare sempre di più e sempre meglio.

Concludo con tanti auguri per un 2026, che, spero con tutte le mie forze, sia migliore di quello appena finito

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